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Eucarestia sulla mano: excursus storico

Un excursus storico che tiene conto dei dati storici e degli scritti dei Padri fa capire come il Leclerq può dichiarare apertis verbis, nel suo Dictionaire d'Archeologie Chretienne, che la pace di Costantino pose definitivamente fine alla pratica della comunione sulla mano nei luoghi dove ancora persisteva. La persistenza di tale pratica in alcune zone e la presenza di innovatori indisciplinati indusse l'autorità ecclesiastica al richiamo all'ordine attraverso l’autorità dei Concili e dei Sinodi.

D’ALTRONDE, DALLA COSCIENTE CERTEZZA E DALLA TANGIBILE FEDE NELLA PRESENZA DI CRISTO VERAMENTE IN CARNE ED OSSA NASCOSTO DIETRO I VELI DELLA MATERIA, NON PUÒ NON NASCERE L’ADORAZIONE, E L’ADORAZIONE INTERIORE NON PUÒ E NON DEVE RIMANERE INTIMISTICA SENSAZIONE: DEVE ESSERE FORMA, ESTERIORITÀ RIEMPITA DAL CUORE, esempio per l’occhio. Per tale e non per altra ragione i Sinodi e i Concili in passato negarono il permesso per la comunione sulla mano ed il Concilio di Trento, sess. XIII, cap. V, dell’11 ottobre 1551, dichiara circa l’adorazione:

“Adiens igitur, ne expansis manuum volis, neque disiunctis digitis accede; sed sinistram velut thronum subiiciens, utpote Regem suscepturæ: et concava manu suscipe corpus Christi, respondens Amen 96”.

I fautori del modernismo teologico aggiungono ora vari discutibili rimandi ai testi patristici, rimaneggiandoli per legittimare le loro teorie. Ad esempio, in quegli autori che dicono “lavati le mani prima di accostarti al sacramento” essi, ravvedono l’intento di accogliere l’Eucarestia in mano. Viceversa, presso i primi cristiani bisognava necessariamente lavarsi le mani prima di una qualsiasi preghiera, perché simbolico della purezza e dell’essere mondati dal peccato, gesto che tutt’ora la liturgia conserva. Quando san Tommaso espose i motivi che vietano ai laici di toccare le sacre Specie, non parlava di un rito di recente invenzione, ma di una consuetudine liturgica antica come la Chiesa. Egli dice:

“Nessuno la tocchi (l’eucarestia), tranne chi è stato consacrato; dunque anche il corporale e il calice sono consacrati, e si necessita delle mani di un sacerdote per toccare questo sacramento 104”.

Ben a ragione il Concilio di Trento non solo poté affermare che nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevevano la Comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé; ma addirittura che tale consuetudine è di origine apostolica (Denzinger, 881). Ecco perché la troviamo prescritta nel Catechismo di san Pio X 105. Ora tale norma non è stata abrogata: nel Nuovo Messale Romano, all'articolo 117, si legge che il comunicando

“...tenens patenam sub ore, sacramentum accipit 106”.

Si badi perciò: ogni volta che c’è l’eresia, c’è la dissacrazione delle specie e la negazione della divinità. La comunione sulla mano era utilizzata da Ario e gli Ariani, eretici, che non credevano nella divinità di Gesù; da Nestorio e i Nestoriani, eretici, perché non riconoscevano le due nature di Cristo; da Teodoro di Mopsuestia e i suoi seguaci, eretici, nestoriani e pelagiani; da Giovanni di Gerusalemme, eretico, pelagiano e cripto-ariano, dagli anglicani e dai protestanti, i quali non credono nella reale presenza di Cristo nelle sacre specie.

Recentemente, invece, la comunione sulla mano è stata diffusa a partire dagli anni sessanta nei circoli cattolici olandesi, dai quali è uscito l’eretico “Catechismo olandese”.

A tali errori, Papa Paolo VI si oppose, esortando con fermezza a restare fedeli alla Comunione sulla lingua.

I Vescovi, inserendosi in tale dialettica, in maggioranza si pronunziarono a favore della Comunione sulla lingua. Ma Paolo VI, nella Memoriale Domini del 29/05/1969, in Enchiridion Vaticanum, così si espresse:

“Ex redditis igitur responsis patet Episcopos longe plurimos censere hodiernam disciplinam haudquaquam esse immutandam; quae immo si immutetur, id tum sensui tum spirituali cultui eorundem Episcoporum plurimorumque fidelium offensioni fore. Itaque, attentis animadversionibus consiliisque eorum, quos “Spiritus Sanctus posuit Episcopos regere” Ecclesias, pro rei gravitate et allatorum argumentorum momento, Summo Pontifici non est visum modum jamdiu receptum sacrae Communionis fidelibus ministrandae immutare 109”.

Il papa aggiunge poi una postilla nello stesso documento:

“Sicubi vero contrarius usus, sanctam nempe Communionem in manibus ponendi, jam invaluerit, eadem Apostolica Sedes, ut Episcopales adiuvet Conferentias ad pastorale officium implendum, pro hodierno rerum statu saepe difficilius, iisdem Conferentiis committit onus ac munus peculiaria adiuncta, si quae sunt, expendendi, dummoto tamen et quodvis praecaveatr periculum, ne reverentiae defectus vel falsae de Sanctissima Eucharistia opiniones irrepant in animos, et alia etiam incommoda sedulo tollantur 110”.

Quindi il papa non fece altro che concedere la libera azione alle Conferenze, affinché vagliassero e controllassero con scrupoloso occhio clinico la situazione, solo in aree dove si
era già sviluppato l’uso, il che vale a dire solo in Belgio e Olanda. Tutte le altre nazioni non avevano alcun diritto di introdurre ciò che era stato proibito e bandito da Paolo VI Apostolicae vi auctoritatis.

Successivamente in Italia è stato concesso il permesso della comunione sulla mano dal 3 dicembre 1989. La Conferenza Episcopale Italiana, avvalendosi della concessione prevista dal Rito della comunione fuori della messa e culto eucaristico, con delibera della XXXI assemblea generale (14-19 maggio 1989), ha stabilito, mediante decreto del presidente Cardinale Ugo Poletti, n. 571/89 del 19 luglio 1989, che nelle diocesi italiane si possa distribuire la comunione anche ponendola sulla mano dei fedeli.

La C.E.I. ha dichiarato che “il modo consueto di ricevere la Comunione deponendo la particola sulla lingua rimane del tutto conveniente”; la medesima, oltre a non comandare, neppure raccomanda la nuova prassi, limitandosi a “permettere”, “concedere”, senza addurre una sola ragione che la faccia ritenere preferibile all’altra, ed avvallando la concessioni con la citazione di autori antichi della risma di Teodoro di Mopsuestia, Giovanni di Gerusalemme, ecc.; ed anzi, nel ‘79, la S. Sede ha ordinato: “Si conservi la consuetudine di deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi, consuetudine che poggia su una tradizione plurisecolare 111”; Paolo VI dichiarò di non poter concedere la Comunione sulla mano, giudicando tale prassi “praticamente pericolosa e discutibile”.

Infatti, stando alle motivazioni del suo rifiuto, risulta che: essa facilita la caduta e dispersione dei frammenti, ed espone il Santissimo a furti destinati alla celebrazione di “Messe nere” da parte di sètte sataniche; favorisce la diffusione di gravi errori contro il dogma eucaristico, propri della teologia protestante; contribuisce fatalmente ad illanguidire la devozione e il fervore dei fedeli, è sacrilegio perché i laici dalle mani non consacrate non devono e non possono toccare l’Eucarestia. La proposta della nuova prassi è stata respinta dalla maggioranza assoluta dell’Episcopato mondiale 112.

CONSACRAZIONE A MARIA SANTISSIMA

 

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